Don Fabrizio Mombello è parroco di Occhieppo Inferiore, Occhieppo Superiore e Galfione, ed è anche vicario zonale della Valle Elvo e Serra.

Che idea si è fatto di questa situazione e delle tensioni che sta generando?

«La reazione molto dura della Cei arriva dopo una interlocuzione continua tra la Segreteria generale della Conferenza stessa, la ministra Luciana Lamorgese e la Presidenza del consiglio. La Cei ha presentato orientamenti e protocolli con cui affrontare una fase transitoria nel rispetto delle norme sanitarie. Forse ci si aspettava una soluzione più positiva e invece il decreto del Presidente del consiglio, alla fine, ha escluso la possibilità di celebrare la Messa con il popolo. Questo ha probabilmente determinato irritazione, delusione e toni decisamente piccati e forti.

«I vescovi hanno espresso certamente un disagio, una fatica, forse anche una ferita del popolo di Dio che è in Italia. Complice poi anche un clima generale di tensione, da cui nemmeno i vescovi sono immuni, si è creato questo momento di frizione. Ora siamo in una nuova fase interlocutoria e vedremo a cosa si arriverà».

Si è persino sostenuto (lo sostengono alcuni parroci e persino i vescovi nel loro documento) che così facendo si compromette la libertà di culto.

«Credo che nessuno possa rimproverare alla Chiesa italiana e ai suoi pastori una mancanza di responsabilità e di rispetto delle normative fino ad ora emanate. Così come non penso sia messo in discussione l’esercizio della libertà di culto se oggi, a causa della pandemia, non siamo molto in grado di garantire le adeguate condizioni di sicurezza per poter celebrare insieme l’Eucarestia, trattandosi di limitazioni temporanee».

Eppure questo è il sentimento anche di molti fedeli, in queste ore.

«Penso che non sia il momento (né mai lo è) di fare una “guerra di religione” su un aspetto pur centrale come la Messa, creando contrapposizioni in un tempo in cui il Paese ha bisogno di unità e coesione. Penso che vada detto che in queste settimane non sia mancata l’Eucarestia, ma la sua celebrazione pubblica. Molti sacerdoti e parroci, anzi, si sono trovati a scoprire modalità di comunicazione e di vicinanza alla gente, che difficilmente avrebbero considerato, né si può dire che l’azione pastorale della Chiesa si sia interrotta».

Si riferisce alla celebrazione dei funerali?

«Esattamente. In questi mesi abbiamo continuato a celebrarli, anche se nel rispetto dei decreti del Governo. Personalmente ho cercato di curare con più attenzione la celebrazione delle esequie al cimitero, evitando la fretta, per non dare l’idea di funerali di “serie B”. A suo tempo verranno poi celebrate le Messe di suffragio per questi cari defunti. L’importante è non pensare che quando “non c’è Messa, non c’è nulla”.

«In ogni caso, ritengo che oggi più che mai siano altre le questioni sulle quali occorrerebbe “alzare la voce”».

Per esempio?

«Rispondo prendendo a prestito le parole di monsignor Beniamino Depalma, arcivescovo e vescovo emerito di Nola, che in un suo intervento ha ribadito quanto non sia opportuno trasformare l’Eucarestia in una bandiera (Messa sì, Messa no) e che sia meglio alzare piuttosto la voce sulla mancanza di prospettive sulle scuole, sulla gestione familiare dei figli, sulle nuove povertà, sulla realtà giovanile e universitaria, sul senso della didattica a distanza. La celebrazione della Messa con la nostra gente manca tantissimo anche a noi pastori. Questa temporanea privazione mi piace pensarla come un tempo di faticosa gestazione perché, come scrive monsignor Depalma, “quando sarà di nuovo possibile gustare insieme il Pane del cammino, potremo davvero averne fame e non dimenticarci mai più del suo inconfondibile sapore”».

Insomma, meglio evitare il «chiacchiericcio», come suggerisce Papa Francesco.

«Forse un’abitudine italiana andrebbe dismessa… non sentirci tutti allenatori dell’Italia durante il Campionato mondiale e non sentirci tutti presidenti del consiglio o vescovi pensando che noi avremmo saputo sicuramente far di meglio».

Lara Bertolazzi